Angolo ripiegato:  
"HO VINTO QUACCHE COSA?....."
Analisi del fenomeno miliardi ai quiz TV
di Gianluca Romanelli
 

 

 

 

 

 

Dal tormentone - cult, quanto mai attuale, del simpaticissimo Francesco Paolantoni (appunto “Ho vinto quacche cosa?”), che prendeva bonariamente in giro il mondi dei giochi a premi televisivi, a “Mi dai un aiutino?…classica frase dei quizzaroli (divenuta un incubo per i presentatori dei programmi con giochino vari), buttata lì per avere una mano ad indovinare il tal gioco, per vincere il montepremi in palio.

Eh’ si, trovare oggi un programma leggero nel quale non si vinca nulla è davvero un buco nell’acqua! Tutti, chi più chi meno, hanno il loro giochino. Questo tipo di trasmissione si divide comunque in due specie: quella nella quale i concorrenti si trovano in studio (sono i veri protagonisti del programma) e giocano in diretta (o in differita), ne sono un esempio i vari “Sarabanda “, “Passaparola”, “La ruota della fortuna”,  “In bocca al lupo”, e quella nella quale il giochino è telefonico (la gente, cioè, si prenota telefonicamente da casa ) ed è solo un ingrediente del programma, ne sono un esempio “I fatti vostri”, “Domenica in”, “Buona Domenica”.

Il gioco a quiz, si sa, è da sempre un principe del palinsesto televisivo (come non ricordare il maestro “Mike Buongiorno?”), cattura davanti al video milioni di spettatori, fa audience, insomma.

Logico, quindi, che naturale conseguenza  fossero la nascita e la crescita, sempre più massiccia, dei giochini telefonici, creati per dare la possibilità anche ai telespettatori di vincere qualcosa.

E’ soprattutto sul quiz con concorrenti - protagonisti in studio che vogliamo puntare il dito.

Nulla contro di essi, per carità. Regalano relax e svago, qualche volta cultura (vedi “Passaparola”) e, nella nostra TV da bellone senza cervello e da programmi incorporei, è ormai ricerca vana trovare un programma che faccia pensare e istruisca, divertendo. Da qualche tempo, però, i concorrenti di queste trasmissioni  - e ci riferiamo, principalmente, a “Sarabanda”, condotta da Enrico Papi su Italia 1 e a “Passaparola”, presentata da Gerry Scotti su Canale 5 - non vincono il montepremi in palio, che quindi è arrivato a toccare cifre iperboliche: circa 1 miliardo quello di “Sarabanda” e circa 600 milioni quello di “Passaparola”. Ecco, è proprio su questo che non siamo d’accordo. Che i concorrenti, quando vincono, debbano ricevere una somma di denaro è fuori di dubbio, ma che questa cifra possa arrivare ad essere spropositata per il contesto…no, questo no.

Non è giusto, non è corretto, non è sano regalare un miliardo di lire ad una sola persona, seppur bravissima (non è della preparazione dei concorrenti che discutiamo). Innanzitutto, cifre di questa portata distolgono l’attenzione dal gioco, che inevitabilmente passa in secondo piano, poi…chiediamo... che esempio si dà, soprattutto ai ragazzi, facendo vincere ad una sola persona tanti soldi? Il concetto che il denaro va guadagnato con il lavoro già è messo continuamente alla prova dalle varie Schedine e Lotterie e dai vari Superenalotto, che hanno regalato (e continuano a farlo) miliardi come fossero noccioline. La famosa Lotteria Italia ha donato al vincitore del primo premio, lo scorso 6 gennaio, ben 15 miliardi! Per il Superenalotto, da poco è stato stabilito che la somma in palio (il famoso Jackpot) può arrivare ad un tetto massimo, ma non dimentichiamo che fino a non molto tempo fa ha regalato anche 60 e 80 miliardi! Non facciamo in modo che anche i giochi televisivi contribuiscano a questa ingiusta causa, non sporchiamo la televisione con vincite così onerose. Troppi soldi vinti fanno male, a chi vede vincerli e a chi li riceve. Tanti sono i casi, in tutto il mondo, di vincitori di Lotterie & Company che sono poi finiti in miseria o hanno perso la testa; certo, parliamo di vincite a nove, dieci, undici zeri, mentre per i quiz televisivi non si è ancora a questi livelli…Comunque è chiaro che si deve porre un freno. Bisogna dare ad ogni cosa il suo giusto valore. Lo scopo del quiz non può diventare quello di creare dei miliardari. I programmi a quiz hanno le loro brave regole, bisogna stabilire dei punti precisi anche per le vincite, magari ponendo cifre quali soglie, al di sopra delle quali non si va.

Qualcuno forse di questo non sarà contento…vedi gli sponsor. Le industrie pubblicitarie vivono, certo, di pubblicità e fare rèclame in un programma che ha un miliardo in palio, ha il suo bel tornaconto. Le trasmissioni televisive, però, non sono fatte per gli sponsor ma per il pubblico e - ne siamo certi - i quiz di Papi e Scotti non perderebbero nulla con un montepremi più “umano”, perché hanno il loro zoccolo duro di affezionati, che le seguono a prescindere da quale che sia la cifra in palio per i concorrenti.

Enrico Papi ha ripetuto spesso, negli ultimi tempi, che la stampa italiana non dà risalto a che il montepremi di “Sarabanda”, unico quiz in Europa, abbia raggiunto il miliardo. Ma meno male che la cosa non venga troppo lodata e pubblicizzata, altrimenti la moda dei miliardari si diffonderebbe in un baleno! Il nostro dubbio, piuttosto, è che il fatto che alle trasmissioni in questione non si vinca più, non sia solo per colpa (incapacità) dei concorrenti ma perché gli autori abbiano deciso di rendere impossibile la vincita inserendo per quanto riguarda “Sarabanda”, una canzone sconosciuta anche agli esperti e quindi non indovinabile (parliamo del gioco finale, nel quale bisogna indovinare i titoli di sette brani in trenta secondi) e, per quanto concerne “Passaparola”, ponendo sempre nel gioco finale (quello nel quale bisogna rispondere a 21 quesiti su argomenti di cultura generale), qualche domanda difficilissima che fa cadere il concorrente. Ce ne vuole a dire che è colpa dell’emozione, se le risposte o le canzoni sono astruse non si passa!

E i montepremi che vanno su producono pubblicità e sempre maggior ascolto, dunque…

La speranza è che si ritrovi il gusto della misura e si capisca che un programma televisivo, se valido, se fatto di idee e non solo di paillettes, si fa seguire ed amare, senza bisogno di ricorrere ad altri espedienti. 

 

Pubblicato nel giugno 2000 sul mensile “Proposte di classe”

 

 

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